sabato 2 aprile 2011

I Professionisti...del poi passo!

“Per colpa di qualcuno, credito a nessuno!” E' uno dei cartelli più diffusi negli esercizi commerciali ed è soprattutto il pensiero di tutti gli altri, artigiani e lavoratori autonomi.

Cartello e pensiero comune, ma purtroppo poco rispettato nella pratica.

Mi sono sempre chiesto chi fosse quel “qualcuno” con la colpa di non saldare i debiti.
Debito che per me è sinonimo di ansia tant'è che anche per 10 centesimi sono capace di andare e tornare indietro dalla macchina o da casa per saldare.

Ho pensato a qualcuno in difficoltà, a qualcuno che magari, nel caso di inezie, si scorda del debituccio.

Sono rimasto però letteralmente scioccato quando invece ho scoperto chi è la tipologia più ricorrente di “qualcuno”: il libero professionista. Poco importa quando sia stimato e affermato, poco importa quanto lavori o meno. L'insospettabile qualcuno è proprio lui.

Paradossalmente l'economia calabrese è paralizzata sia dalle pubbliche amministrazioni che pagano dopo anni, ma anche da una moltitudine di professionisti che fa del “pagherò” o del “'ndi vidimu” un vero e proprio vizio.

Ovviamente, tranquillizzo i rispettivi Albi e Ordini, non mi rivolgo alla maggioranza dei loro iscritti, ma è giusto dare voce ai tanti che in giro per la Calabria mi dicono più o meno la stessa cosa: “l'operaio mi paga, il professionista no”. C'è qualcosa che non va, c'è un delirio di onnipotenza che va fermato.

Dico delirio di onnipotenza perché questi professionisti del debito i debiti li hanno non solo per le cose urgenti e inderogabili, ma per lavori superflui dentro e fuori casa, per vestiti, addirittura per pizze e buffet. E' vero che anche molti professionisti vedono onorate dopo anni le proprie parcelle, ma non li obbliga nessuno a sfrecciare con macchinoni succhiabenzina sempre nuovi, vacanze ai caraibi, o a organizzare mega feste sulle spalle dei fornitori.

Per non parlare poi del fatto che fanno parte di quelle categorie che riescono in vari modi a sfuggire al sistema fiscale danneggiando tutta la collettività.

Ribadisco che sto generalizzando, ma mi riferisco ovviamente a chi effettivamente si comporta in maniera irrispettosa del lavoro, dei sacrifici e in fin dei conti delle vite altrui.

A questo punto però è necessaria un'inversione di tendenza perché è vero che fallendo il sistema economico calabrese ne beneficiano in primis e fino all'ultimo i professionisti legali e commerciali impegnati in cause, pignoramenti e ricorsi. Ma alla fine non resterà nulla e il peggio sarà anche per loro.

Si mettano una mano sulla coscienza, usino il loro prestigio e i loro beni materiali per chiedere dei prestiti al consumo o normali fidi bancari..se proprio non hanno liquidità. Rimettano in pari la bilancia, per quanto di loro responsabilità, tra debiti e crediti calabrese. Per far ripartire, anche da queste cose, la nostra economia che non è in crisi a questo punto solo per colpa...della crisi!

Ma soprattutto imparino a consumare ciò che hanno guadagnato e non ciò che abusando della pazienza di “qualcuno” hanno, può piacere o no il termine, ma è questa la realtà dei fatti, rubato.

mercoledì 23 marzo 2011

Call center chiama, elettore risponde

..e non capisco con quale causale, ogni città ci fanno un ospedale..”. Una volta erano gli ospedali.

Uno in ogni città o quasi. Profazio nella sua canzone “Qua si campa d'aria” faceva finta di non capire. Di non capire perché al Sud proliferassero tutta una serie di strutture e infrastrutture di per sé utili, ma non se presenti ovunque e in modo spropositato. Era una ovviamente una provocazione da cantastorie d'altri tempi, ma ancora attualissima.

Gli ospedali, così come quasi tutte le strutture pubbliche, erano e sono centri di potere e/o bacini elettorali. “Tu mi voti? Ti trovo un posto di lavoro. Tu non mi voti? Vafan...tu e tutta la tua generazione!” (cit. La Qualunque Feat politici locali). Addirittura molti in passato sono stati costretti a pagare vere e proprie cambiali finanziarie al politico di turno, oltre ovviamente al voto di scambio a vita, in cambio dell'assunzione pubblica. Concorsi? Si, ma in associazione a delinquere e mafiosa!

E' questo giochetto che principalmente ci ha portato al disastro economico pubblico e sociale collettivo. Un intero Paese, perché fenomeno anche del resto d'Italia, e che ha inciso sulle casse pubbliche locali e generali, schiavo di potenti e blocchi di potere.

Il danno è stato non solo per le casse pubbliche, ma anche sull'economia e sulla società di ogni territorio interessato. Ovunque sia nato un ospedale dal nulla, con la sua relativa infornata di assunzioni pre e post elettorali, si è disgregato il sistema economico e sociale.

Una miriade di artigiani, commercianti e di braccianti agricoli ha messo da parte le proprie capacità per raggiungere il reddito certo e duraturo improvvisandosi infermieri (all'epoca bastava frequentare scuole di specializzazione all'interno delle USL anch'esse lottizzate e in mano alla politica) e impiegati di vario tipo. Ovviamente con dovute eccezioni, ma spesso svolgendo controvoglia e male le proprie mansioni.

E intere comunità sono rimaste d'improvviso senza calzolai, sarti, carpentieri ecc.ecc.

E intere collettività sono state per decenni rappresentate e governate da politici ormai svincolati da qualsiasi controllo dei cittadini, ma intoccabili per via del blocco di voti dei riconoscenti schiavi inconsapevoli o meglio incoscienti del danno che in cambio di uno stipendio, se pur dignitoso, avevano arrecato se non alla propria dignità almeno alla propria terra.

Perché è ovvio che chi non ha più da temere dal controllo diffuso della popolazione poi fa quel che vuole. E gli amici degli amici prosperano. Se va bene vincendo appalti anche se non si è migliori oppure ostacolando il normale sviluppo economico in favore di monopoli grandi e piccoli.

Se va male venendo favoriti affari criminali che mettono a rischio la vita e la salute di tutti come nel caso di protesi difettose, traffici di rifiuti pericolosi, opere inquinanti.

Questo accadeva una volta. Oggi in misura minore, ma non perché è cambiata la mentalità, ma perché nel pubblico sono minori le possibilità d'assunzione visti i tagli di bilancio.

Adesso il gioco è più sottile, è raffinato, ma non cambiano i protagonisti: soldi pubblici, interessi privati e politici, vite e dignità calpestate.

E' il caso dei call center e delle cooperative di servizi. Qualcuno si è mai chiesto perché quasi ovunque i call center sono legati a politici o gruppi di potere? E' ovviamente un caso che questi ottengano prima ingenti finanziamenti pubblici in teoria ottenibili da chiunque. E' ovviamente un caso che la maggior parte delle assunzioni avvenga in periodi pre e post elettorali. E' ovviamente un caso che i candidati alle elezioni siano quasi sempre vicini a queste realtà.

Nulla di male in una nazione democratica. Però ci sono molte analogie e logiche forse più perverse rispetto al passato. Una volta il baratto era con il reddito certo e sicuramente più elevato rispetto alla precedente condizione. Adesso il baratto è un minimo vitale e sempre precario in barba a studi, talenti e iniziativa individuale.

Ovviamente non va demonizzato il concetto di call center in sé in quanto può essere un dignitosissimo modo per sostenersi gli studi o periodi medio-brevi tra un lavoro e un altro, ma per ritmi e prospettive non può essere nella totalità dei casi, è riconosciuto, una scelta di vita.
Così come non può essere considerato il perno fondamentale dell'economia di un territorio.

E' forse uno dei sistemi più subdoli di precarizzazione economica e sociale della persona umana e della società. Perché con l'inganno del reddito "meglio di niente" invoglia il singolo a non impegnarsi per trovare la propria strada personale. Limitando la "fame", l'ambizione di crescita.

Senza fare nomi basta pensare alle realtà a noi più vicine in tutta la Calabria. Phonemedia e Why Not sono i casi più celebri.

Il famoso cane che si morde la coda ha in questi casi la sua espressione massima: il gruppo di potere usa soldi pubblici per realizzare, distrugge tessuto economico sociale precarizzando, ma con l'illusione collettiva di portare ricchezza, mantiene il potere soprattutto politico grazie a chi è ricattato di fatto o moralmente (“debiti di riconoscenza”), il sistema fa di tutto per mantenersi in vita limitando, grazie alla politica che controlla direttamente, le opportunità di sviluppo sociale ed economico autonome dal sistema.

Per poi lasciare sulla strada centinaia di famiglie se il giocattolo si rompe, per mancanza di finanziamenti pubblici o commesse private o anche solo perché non più funzionale al sistema, e si decide di chiudere o trasferirsi altrove per ripetere l'esperimento.

Questo inferno dorato trova poi le massime espressioni nell'annullamento di fatto di ogni diritto all'interno di queste realtà.

Il cerchio perfetto si realizza nel caso in cui si imponga ai lavoratori sindacalisti vicini alla proprietà, ma dipendenti, in ruolo di gestione delle risorse umane. Lavoratori quindi tutelati da chi li gestisce ovvero gestiti da chi poi ottiene l'incarico di tutelarli. Come se non bastasse può capitare che queste persone vengano poi candidate a pubblici incarichi ovviamente sicure di essere votate.

Ovviamente sicure di non dover rispondere a nessuno se non alla proprietà che ha fin dall'inizio imposto questo sistema. Realizzando in chiave moderna ciò di cui gli amici degli amici hanno sempre goduto.

Deliri e congetture calabroitaliane e per averne smentità basterà chiedere in giro a chi, per forza di cose, può saperne di più.

Un mio concittadino di circa 2700 anni fa, Zaleuco, primo legislatore occidentale della storia in una delle sue Leggi scriveva “Ai Locresi non è dato possedere né schiavi né schiave” e questa frase è addirittura riportata sul pavimento della sala del Consiglio Comunale della Città di Locri.

E' amaramente ironico che ventisette secoli dopo proprio in Calabria, terra dove si sentì l'importanza di scriverla, venga calpestata qua e là, e non solo letteralmente sul pavimento come a Locri, questa antica lezione di civiltà.

QUA SI CAMPA D'ARIA


FUGA DAL CALL CENTER - TRAILER

venerdì 17 dicembre 2010

Coincidenze di Calabria

coincidenza

n f coincidenza

1 combinazione caso casualità concomitanza occasionale

In questi giorni mi è capitato di pensare ad alcune coincidenze di Calabria.

Ho iniziato guardandomi in giro, per strada, nella mia città.
Da anni non si vedevano cumuli di spazzatura in giro, ma da qualche giorno questi fanno grande e bella mostra INTORNO a molti cassonetti cittadini. Intorno, perché quest’ultimi dentro sono VUOTI.
Guarda caso in queste settimane si è molto parlato di una nuova discarica PRIVATA alle spalle della città tralasciando quello che potrebbe conseguire a livello di infiltrazioni nelle vitali falde acquifere che servono l’area urbana. Tale discarica non è d’emergenza, ma la sua realizzazione è stata suggerita da privati, quasi come un investimento, in tempi non sospetti. Tralascio le molte incongruenze e stranezze sui tempi e modalità di pre-approvazione che hanno riguardato il Comune e la mancata pubblicità alla cittadinanza dei consigli comunali dove si dibatteva l’importante questione. Tutto questo è ovviamente una coincidenza. Si potrebbe pensar male nel pensare ad un’emergenza percepita costruita ad hoc per far digerire la provvidenziale soluzione a portata di mano.

Così come è sicuramente una coincidenza la sparizione dei cassonetti della differenziata già da qualche anno proprio nel momento in cui la cittadinanza premeva per averne di più e a maggiore portata di mano. Coincidenze. Così come quando l’allora Assessore all’Ambiente si vantava in pubblico di aver rifiutato un finanziamento pubblico per la raccolta porta a porta in quanto la penale per il mancato raggiungimento dei risultati avrebbe penalizzato il bilancio.

C'è poi un paesino del catanzarese che da anni vive un'improvvisa e inspiegabile età d'oro.
Concerti di alto livello per la festa di paese, squadre sportive al top delle rispettive categorie.
Tutto ad un tratto arriva una discarica, anch'essa privata, tra l'indifferenza della popolazione, forse distratta dal "panem et circenses", ma per fortuna non di tutta. Minoranza che grazie all'intervento della magistratura riesce perlomeno a ostacolare la sua realizzazione e messa in opera, ma attualmente in essa viene scaricata immondizia da tutta Italia, complice l'emergenza campana.

Sempre nella mia zona altra sicura coincidenza. Aprono due (DUE) Università private, chiude quella pubblica per inerzia degli enti locali. Peccato che a rappresentare gli enti locali in quel frangente vi siano persone in qualche modo legate ai due enti privati.

Cambiamo zona, ma restiamo in ambito universitario.

Vi è un ateneo che non ha mensa pubblica, ma affida spazi pubblici a gestori privati. I quali però non accettano i buoni pasto dei borsisti, degli studenti meritevoli o disagiati. Coincidenza.

Una coincidenza meno evidente e conosciuta riguarda il mondo del giornalismo televisivo. Guarda caso la figlia di un’importante, per un certo periodo il più importante a livello regionale, esponente politico è in organico nel principale TG del canale di proprietà del più importante esponente dello schieramento avverso. Non sono coincidenze, ma pure casualità le decine di casi in cui politici a capo di strutture di controllo e di finanziamento in ambito sanitario sono più o meno collegati a strutture private in concorrenza con il pubblico. In Calabria capita pure che i treni arrivino nelle stazioni di snodo 5 minuti dopo la partenza dei treni principali con si sarebbe potuto proseguire la corsa. O anche che in contemporanea vi siano arrivi e partenze. Si chiamano mancate coincidenze. Che rendono quasi più conveniente il trasporto gommato, anch’esso finanziato dal pubblico anche se gestito ed erogato da privati. Coincidenza?

lunedì 13 dicembre 2010

Artigianato in...Furie! Ikea, Calabria e Calabroitaliano alla Fiera di Milano

La Fiera di Milano è il fiore all’occhiello del sistema economico e sociale dell’Italia.

Non è un evento, ma una serie di eventi legati a un luogo deputato agli incontri e agli scambi.
Economici e sociali. E’ da parecchi anni che ne sono affascinato, da quando nella mia collezione di francobolli da bambino, entrò a farne parte una serie, degli anni ’70, dedicata proprio alla Fiera.

Non c’era Internet e per documentarmi, come quasi tutti i bambini chiesi a mio padre informazioni su questa manifestazione. Anche il suo racconto fu affascinante quanto quei francobolli e da allora non ho smesso in fondo di sognarla, di avere il desiderio di andare a visitarla.

Dopo tanti anni fortuna ha voluto che per lavoro e con spirito calabroitaliano quest’anno il sogno si sia realizzato.

Rispetto agli anni ’70 è cambiata la struttura, adesso non più a Milano, ma è più grande e precisamente a Rho nell’hinterland milanese. E sono ovviamente aumentate e diversificate le tipologie di fiere durante l’anno.
Quella che ho visitato pochi giorni fa è comunque una delle più importanti per il “Sistema Paese” ed è quella dell’Artigianato.

Il principale scopo della mia visita era quello di rendermi conto sul campo di come fosse strutturato l’evento, verificare come si presentava l’area Calabria e dare un’occhiata alle altre regioni e agli altri Paesi del mondo per poi poter ipotizzare una più efficace presenza di aziende calabre alle fiere degli anni a venire.

Raggiunta comodamente in metro la nuova struttura di Rho ho avuto però una prima delusione.

L’evento più importante dell’artigianato italiano non può essere sponsorizzato da IKEA, negazione dell’artigianato e suo principale concorrente nonché straniero. Ovunque sbarchi IKEA c’è il giubilo degli incoscienti e inconsapevoli suoi ammiratori e nuovi clienti. Ma l’intera filiera dell’arredamento, dai fornitori di legname ai falegnami passando dalle piccole industrie locali muore. E ne risente quindi l’economia e il benessere dell’intera zona.

Tornando alla Fiera, IKEA non solo è sponsor dell’evento, ma addirittura gestisce l’accoglienza agli ingressi. E’ come se la fiera del prodotto biologico fosse affidata ad un’industria di chimica alimentare. Come se la fiera del gelato artigianale fosse affidata a una ditta di gelati confezionati.

Se si mettesse su una bilancia quanto guadagna l’Ente Fiera dalla sponsorizzazione e quanto ci perde in prospettiva il settore artigianato da questa operazione i vertici dell’Ente Fiera rischierebbero il linciaggio in primis dagli espositori che pagano denaro sonante per avere un’importante vetrina e non per vedersi la concorrenza all’accoglienza in bella mostra. Come se non bastasse anche altri sponsor istituzionali sono sponsor anomali per l’artigianato come assicurazioni e banche virtuali in luogo di banche di credito cooperativo o casse rurali. In gergo economico tutto ciò si definisce “contratto di compravendita con il Sig. Diavolo con oggetto della vendita l’anima”

Smaltita questa prima delusione mi immergo nella visita partendo dal padiglione dedicato alle regioni del Nord (con la Campania regione infiltrata, come nella realtà d’altronde) e alla province della Lombardia.
Osservo gli stand, la loro disposizione e soprattutto l’allestimento interno. Cerco di capire come si avrebbe più risalto in mezzo a centinaia di stand. Senza esagerare e senza essere pacchiani. Finisco questi pensieri e mi ritrovo davanti uno stand campano che non aveva nulla da invidiare a una bancarella di Porta Portese o Via Sannio, i famosi mercati popolari, di Roma. Ma a parte questo tutto il resto è ben coordinato.

Stand di prodotti manifatturieri ben assortiti e in molti casi affittati in collaborazione con le Camere di Commercio delle rispettivi provincie (per abbattere i costi). E per ogni regione, ai lati esterni dell’area espositiva, un ristorante tipico della zona.

Attraversato velocemente il padiglione dedicato all’intera Lombardia, che a differenza del precedente era caratterizzato da stand più ampi e con merceologia più adatta all’edilizia o all’arredo della casa, cerco incuriosito il padiglione dedicato principalmente alla Calabria e alla Sicilia. Ma prima incontro un altro grande neo per la manifestazione: lo stand del Casino di Campione d'Italia. Da una parte una manifestazione dedicata al paziente e duro lavoro dell'artigiano. Dall'altra grande visibilità a ciò che di più effimero e inconsistente ci possa essere: il gioco d'azzardo. Che insieme a lotterie e scommesse droga la società, a partire dai giovani. I quali in tanti perdono intere giornate a inseguire la speranza invece che iniziare a pensare a costruire il proprio futuro. Con questi pensieri arrivo "in Calabria".

Il contrasto è forte. La gente è tutta lì. Mi faccio strada e subito incontro i primi stand e le prime voci calabresi. Dopo un’attenta perlustrazione ho purtroppo la conferma di ciò che mi era stato detto da alcuni visitatori degli anni passati. Pensiamo solo al mangiare, al cibo. Infatti il 99% degli stand calabresi alla Fiera dell’Artigianato è di tipo gastronomico. Conserve, sottoli, vini, oli, formaggi ed insaccati. Il tutto in veri e propri loculi messi a disposizione o in comproprietà con enti locali che occupano lo stand principale delle rispettive “isole” espositive. Solo un 1% dello spazio, e sto esagerando in eccesso, è rappresentato da altro che non sia settore alimentare. E’ un peccato, perché la Calabria non è solo cibo. E anche per le aziende alimentari non so quanto sia proficuo essere lì in così tanti, in spazi così “anonimi” e ristretti e con prodotti tutto sommato simili. Anche per la Sicilia il discorso è simile, ma lì moltissime aziende agricole e alimentari occupavano spazi molto più grandi e personalizzati quasi ai livelli dei ristoranti tipici dei padiglioni del Nord.

Ho visitato poco del resto del mondo, s’era fatto già tardi. E tutto sommato non avrei avuto la giusta concentrazione per apprezzare, il mio pensiero era già al 2011 e ai modi per vedere lì, in vetrina, anche altre realtà della Calabria che merita.

P.s. A proposito di anime al Diavolo ed esempi assurdi di “collaborazione”….proprio ieri la notizia che i viaggi dei pellegrini in terra santa saranno affidati dal Vaticano alla Meridiana, di proprietà islamica, infatti il proprietario è capo spirituale degli ismailiti, l’Islam moderato. Nulla da eccepire, anzi può essere un segnale forte di distensione. Mi viene a questo punto da pensare che i conflitti di religione siano insuperabili solo quando conviene. La realtà ci dice che nella vita di tutti i giorni o quando ci sono di mezzo tanti soldi la “convivenza” viene naturale. Però è meglio continuare a dire e pensare che siamo tutti diversi e per forza nemici.

domenica 12 dicembre 2010

Il Braveheart di Calabria e il popolo tradito: colpo di grazia al trasporto pubblico nella fascia jonica

Oggi 12 Dicembre, muore il trasporto ferroviario in Calabria. E questa volta è chiaro a tutti di chi è la responsabilità. Non è possibile qualunquisticamente dire “ce l’hanno cacciato”. No. Chi ha materialmente deciso è stato un gruppo di quattro persone: Fausto Orsomarso da Cosenza, Giuseppe Scopelliti da Reggio di Calabria, Altero Matteoli da Livorno, Silvio Berlusconi di Milano, ma pendolare residente ad Arcore.

Il primo si è autodefinito il Braveheart di Calabria, il cuore impavido paladino della libertà del proprio popolo. Il secondo, nonostante decenni di politica attiva si è proposto come essenza del cambiamento alla guida della Regione.
Gli ultimi due, meno enfaticamente, rappresentano il sedicente Governo del fare e sempre a loro dire sarebbero artefici del vero miracolo italiano.

Intanto da oggi l’intera fascia ionica perde dopo almeno trent’anni il collegamento notturno con Roma.
Un pullman privato, ma pagato dalle ferrovie, consentirà in modo agevole di raggiungere la jonica scendendo dal treno a Lamezia intorno alle 5 del mattino, scaricare e caricare i bagagli sul pullman e dopo tre ore arrivare freschi e riposati (?) sulle rive dello Jonio. Un bel cambiamento se pensiamo che fino ad oggi si arrivava sotto casa in vagone letto. Allo stesso modo si partirà all’ora di cena dalla Locride alla volta di Lamezia e lì, scesi dal pullman poco prima di mezzanotte, quali che siano le condizioni meteo, si aspetteranno le 0:17 per salire sul treno proveniente da Reggio Calabria. Il tutto non al prezzo di un pullman o di un regionale, ma della più costosa tariffa Espresso, come il treno.

Questa è la miracolosa sorte, Dio benedica gli artefici, che spetterà a chi si sposta tra la Calabria Jonica e Roma di notte. Soluzione che era l’unica rimasta anche a chi doveva andare da Roma in su data l’inspiegabile soppressione dei treni per il Nord operata dal Governo poco prima delle elezioni.

I calabro milanesi e i calabro piemontesi possono però gioire. Il Governo che ha prima tolto adesso ridà finanziando un “nuovissimo treno” dalla Calabria al Nord con sosta a Bari di almeno un’ora. Il Sogno italiano si realizza. Adesso si impiegheranno quasi 19 ore invece che le 15/16 di qualche mese fa. Naturalmente in posti a sedere e cuccetta vecchio stile al posto delle cuccette comfort del recente passato.

Anche in Tirrenica si cambia in peggio perché tutti gli Intercity, a volte preferiti per la comodità di viaggio, verranno effettuati dai vecchissimi e scomodi ETR450, i pur sempre gloriosi Pendolini, che da anni non pendolano più per risparmi sulla manutenzione del sistema di pendolamento.

Meglio restare in Calabria. O forse no. Per la serie “uno sta bene finché lo vuole l’altro” è drammaticamente interessante andare a spulciare quali benefici avrà la Calabria “pendolare” da domani.

Il solito Governo del fare (“dassamu i meddju cosi a mpami e ‘ncompetenti e si ‘ndi vaji bonu o’ cchiu’ non fannu nenti, cit.) ha pensato anche ai calabresi che vogliono e possono restare in Calabria. Annullando uno dei provvedimenti più importanti del brevissimo mandato dell’allora Ministro Bianchi, il Sistema Tamburello. Sistema, che da Rosarno a Melito era stato istituito e finanziato come una sorta di servizio metropolitano con baricentro la città di Reggio. Sistema pensato e avviato per alleggerire le strade e soprattutto l’autostrada dati i lunghi lavori di ammodernamento che da sempre l’appesantiscono. Sistema che aveva permesso di alleggerire di fermate i treni che provenivano dal resto della provincia e da Catanzaro. Annullato il Tamburello, finanziato dallo Stato, la Regione non ha ritenuto opportuno prenderlo a suo carico e ha pensato bene di utilizzare i treni della jonica per il servizio metropolitano di Reggio Calabria. Riportando indietro nel tempo i viaggiatori quando da Locri a Reggio impiegavano da 1h45 a 2h20. Troppo comoda, troppo privilegiata la situazione alla quale si erano abituati negli ultimi anni: 1h29 circa, meno della macchina. Ma non ci si poteva aspettare che una soluzione “retrò” da parte di un manipolo di uomini che si è sempre definito “nostalgico” (sic).

E non ci si poteva aspettare grande considerazione per il trasporto pubblico da una Regione che per la prima volta non istituisce un assessorato competente, ma delega un consigliere semplice, Braveheart Orsomarso, quasi come semplice notaio di decisioni prese altrove. A un cuore impavido avremmo preferito di gran lunga una testa pensante e mi riferisco al ruolo, non ovviamente alla persona.

E così muoversi, una delle libertà più importanti, quella che permette l’aumento delle opportunità, di tutte le opportunità diventa un sogno. E per chi decide di realizzarlo ugualmente ha il sapore dell’incubo.

Grazie quindi, a nome dei calabresi jonici, per il bene che ci è stato dimostrato da chi ci chiedeva conto del nostro bene alla Calabria. Grazie per il cambiamento e per averci dimostrato con i fatti che non è sempre un bene. Non ringrazio per i miracoli. Per quelli da domani toccherà a noi attrezzarci per farli.

venerdì 20 agosto 2010

Sogni, repressioni..e psicofarmaci

Sotto l’ombrellone non si parla d’attualità se non per il minimo indispensabile.
Si, è vero, può capitare di imbattersi in accese discussioni di natura geopolitica, ma niente che vada oltre un leggero scambio d’opinioni. I politici lo sanno e proprio tra luglio e agosto la storia parlamentare d’Italia è zeppa di decreti e leggi di poco nobile contenuto.

E’ estate anche per me e quindi da buon italiano preferisco, consapevole di aver torto, non parlare d’attualità, ma di osservazioni e riflessioni che credo siano patrimonio comune di noi tutti.

Agosto è il mese in cui TUTTI tornano. E tra sdraio e lettini mille accenti calabroitaliani.
C’è il calabrese di Roma, quello di Torino, quello lombardo veneto e ovviamente quello che arriva dall’estero. E in questo vortice di dialetti tante storie di vita ed episodi che volano in riva al mare.

Storie di persone che hanno lasciato la Calabria, ma che almeno per qualche motivo tornano ogni estate. C’è il vero nostalgico che già solo con gli occhi comunica il suo rammarico e la sua malinconia nonché la gioia di riesserci e c’è anche chi torna solo ed esclusivamente perché non ha i soldi per andare a fare le vacanze altrove. C’è chi non fa altro che lamentarsi della propria terra e di quanto sia bello dove s’è trasferito, ma così come lì è ligio ed educato si comporta da peggior cafone qui dove è nato. Li accomuna comunque una cosa. L’aver dovuto o solo voluto lasciare la propria terra. Da quando sono ritornato a vivere stabilmente in Calabria ho cercato di capire ed osservare chi non se ne era mai andato e allo stesso modo chi era andato via per sempre.

Col passare del tempo quella che all’apparenza sembrava indifferenza o menefreghismo per i mali della nostra terra si era rivelata ai miei occhi come senso di impotenza e rassegnazione dovute al sentirsi da soli e isolati e al non riuscire a trovare una via d’uscita collettiva.
Ultimamente la mia attenzione si è concentrata invece sui comportamenti e i ragionamenti che riguardano la sfera personale di molti miei corregionali. Specie in provincia è forte la malinconia, a tratti apatia, che avvolge la singola persona. Ma sotto questa grigia apparenza ho incontrato sogni inespressi e non realizzati. A tutti i livelli e di varia natura. Storie e vite che non decollano per quieto vivere, per mancanza di coraggio o semplicemente perché non si da dove iniziare.

Se si trattasse di speranze troppo ambiziose o realmente molto difficili da realizzare sarei anche io rassegnato e probabilmente non avrei scritto queste righe. Però molto spesso si tratta di piccoli grandi sogni che potrebbero essere realizzati qui senza bisogno di scappare, affrontando con determinazione gli ostacoli, soprattutto mentali, propri e altrui. Ostacoli che forse non sono mai stati riconosciuti come tali e come grosso freno al nostro sviluppo economico e socio culturale.

Barriere che impediscono ogni giorno a tantissimi calabresi di prendere in mano la propria vita e di cambiarla con piccole grandi svolte che senz’altro la arricchirebbero più di quanto non farle arricchisce le case farmaceutiche che nella nostra regione fatturano, chiedete ai farmacisti, milioni di euro solo nel mercato degli psicofarmaci.

domenica 25 luglio 2010

Talebani o salvatori? I mafiosi visti da Nord e da Sud

Al Nord di mafie non hanno capito nulla. E forse neanche al Sud è ben chiaro cosa sia veramente la mafia.

“Ma perché non mettete una grande scatola chiusa in mezzo alla piazza e invitate la gente di notte a metter dentro i nomi dei mafiosi?” mi chiese candidamente una signora lombarda al telefono durante una trasmissione radiofonica in cui ero ospite. “Ma i mafiosi di giorno li vedete? Ci parlate? Sono come noi?” altre domande “nordiche” a cui ormai ho fatto il callo. Ma anche al Sud il mio fegato non ha pace e non è raro imbattersi in profonde riflessioni riassunte in “senza mafia sarebbe il caos qui”.

Per il Nord quindi il mafioso è un talebano terrorista che vive nascosto e la gente evita di dire alla polizia dove si nasconda. Per il Sud invece il mafioso è spesso portatore di ordine e prosperità perché almeno lui dà aiuto e lavoro.

Ho sempre odiato questi ragionamenti se non altro perché frutto di ignoranza e pregiudizi oltre che assoluta mancanza di riflessione e voglia di capire cosa sia e cosa provochi realmente nelle nostre vite la presenza delle mafie. La mafia è sopraffazione, censura di diritti.

Non appartiene ad un'area geografica ben specifica ma attecchisce in un nulla ovunque trovi spazi. Viene esportata in tutto il mondo non solo da noi, ma anche da altri Paesi dove ha già trovato terreno fertile. E' stupido pensare di esserne immuni solo perché non rappresenta un fenomeno evidente perché essa approfitta proprio della tranquillità di chi in nome di garanzie e diritti personali osteggia legislazioni antimafia che permettano maggiori controlli e trasparenza. E' il caso della Germania che è da decenni terra di conquista da parte della 'ndrangheta, ma che ancora oggi, nonostante Duisburg, ancora si illude di essere terra “mafia – frei” , senza mafia.

E' il caso di Milano che nonostante sia stata già da tempo definita da sentenze definitive come crocevia affaristico-mafioso e nonostante i continui allarmi da parte di associazioni e giornalisti continui, come gran parte del Nord, con cieco orgoglio a disinteressarsi di fatto del problema, cercando il più possibile di minimizzarlo o addirittura di negarlo.

Al Sud invece si sa benissimo che il mafioso non è antropologicamente molto diverso dal resto della popolazione e troppo spesso c'è tolleranza se non interesse a lasciar spazio alle dinamiche mafiose.

“Voglia di mafia” è un libro di qualche anno fa dove l'autore racconta i tantissimi casi emersi dalle cronache giudiziarie dove è la gente, povera o ricca, ignorante o acculturata, a rivolgersi al mafioso di turno per la “concessione” di diritti o di aiuti di varia natura.

Interventi richiesti anche quando sono fondamentalmente inutili perché permettono di evitare al massimo qualche carta bollata, ma che come tutti i favori mafiosi legano poi la libertà di chi li chiede ai voleri dei clan.

C'è poi il consenso diffuso tra la gente che spesso pensa “ma tanto a noi non ci tocca” e “si ammazzano tra di loro” senza rendersi conto che gli affari mafiosi non guardano in faccia a nessuno e che è proprio la mafia a provocare il degrado diffuso nella società per rendere più allettante i “lussi” effimeri di una vita mafiosa senza contare i danni di una discarica abusiva di rifiuti radioattivi in mezzo alle nostre fiumare o le sofisticazioni alimentari e le distorsioni del libero mercato .

Ma “senza mafia sarebbe il caos” e così godendoci la nostra amata sicurezza regaliamo alle mafie ogni giorno dignità, salute e libertà, in tre parole la nostra vita.